LA STORIA SPEZZATA

Vedere il proprio libro trasformato in un bel film è il sogno di ogni romanziere. Eppure, quando cedetti i diritti del mio "LA STORIA SPEZZATA" alla T.P.I. e a Rai Due, contrariamente a quanto avvenuto per i due libri precedenti, non avvertii alcun senso di gratificazione e incassai l’assegno senza l’euforia degli spendaccioni colpiti da temporaneo benessere, sentendomi al contrario, come la madre snaturata che vende il figlio appena nato. In Chiara, la protagonista, c’erano le angosce, gli sbagli e le perdite di una parte della mia vita rivisitata venticinque anni dopo nella furia di un brutto esaurimento che mi aveva colpito all’improvviso. Per assolvermi, dovevo amarmi; e per amarmi dovevo uscire dalla crisi di autofustigazione "vedendo" una donna diversa da me e perciò meritevole di comprensione. Pagina dopo pagina, questa donna aveva preso i gesti, lo sguardo, la corposità di Barbara De Rossi. E fu la prima cosa che dissi a Giuseppe Giacchi, il produttore. Un uomo paziente e gentile che per un anno perseguitai con telefonate, messe a punto, urla di indignazione a ogni nome di papabile Chiara. La De Rossi era occupata, stava poco bene, era a Parigi, era a New York, non si trovava, era su un altro set ……..

Finché una sera alle dieci, Giuseppe mi telefonò: "Barbara ha firmato, ce l’abbiamo fatta".

Come è successo Barbara?

"Una mia amica, Clelia, aveva letto "La Storia Spezzata" e me lo prestò dicendomi: "leggilo, c’è un personaggio che sembra scritto su misura per te". Era vero. In quelle settimane anch’io avevo perso un figlio che aspettavo e stavo assistendo all’agonia del mio matrimonio. L’identificazione fu immediata, ma la cosa mi spaventò, in quanto per far vivere Chiara sarei stata costretta a buttar fuori quel sentimento di morte che aveva invaso la mia esistenza e che stavo tentando di scacciare. E c’era un rischio peggiore: essere plagiata da un personaggio da cui ero come stregata. Chiara reagisce alla perdita del bambino e del marito imboccando la via dell’autodistruzione: beve, si estranea da chi può aiutarla, erige un monumento ai suoi sensi di colpa. Avevo il terrore di un’identificazione così coinvolgente da farmi perdere di vista la mia natura, quella di una lottatrice".

Ma non è stato così. A un certo punto hai preso le distanze dal personaggio realizzando e affermando che mai ti saresti comportata come lei.

"E’ vero, anche quando la sofferenza mi ha piegata, non ho mai bevuto, non ho mai guardato alla morte come a una liberazione, non mi sono mai pianta addosso. Per questo ho accettato la sfida di questo ruolo. E sento la rinascita di Chiara come qualcosa di mio, il miracolo di una volontà quasi disumana che nel tuo libro non aveva e che io le ho imposto, accanendomi per farle riannodare il filo di una storia spezzata"

Da dove ti viene questa forza?

"Da mia madre. Una donna magica a cui debbo una struttura d’acciaio. E la capacità di comprensione, di tenerezza. Mia madre è stata il filtro tra me e le brutte realtà. Tutto era mediato dalla sua capacità di vedere le persone e i fatti in un'ottica positiva. Amava la bellezza della vita ed era strutturata per la felicità: per questo riusciva a dare un senso anche alle sofferenze, ai tradimenti, che per lei erano solo una temporanea assenza del bene. Io sono cresciuta con questa sua stessa fede: fino a quando se n’è andata stroncata da un cancro, dopo anni di calvario a cui era impossibile dare un senso. Abbiamo conosciuto insieme la violenza degli ospedali, l’insensibilità di alcuni medici, la brutalità della sofferenza perpetuata dall’accanimento terapeutico. Negli ultimi giorni la mia meravigliosa mamma era diventata una larva che implorava soltanto una iniezione di morfina …….. e quando è morta, cinque anni fa, è stato come se mi avessero tolto gli occhi, le gambe il cuore. Ero l’eterna figlia costretta di colpo a muoversi in un mondo che all’improvviso le sembrava estraneo. Dov’erano la bellezza, la gioia, la favola? Senza gli occhi di mia madre non riconoscevo più niente, nessuno."

Neppure tuo padre?

"No. Perché lo avevo amato attraverso lei e visto come lei voleva che fosse. Con la sua morte si è sfasciata anche la nostra famiglia. Mio padre si è risposato qualche mese fa, è un altro filo spezzato. Ma quello con mia madre si è riannodato, perché giorno dopo giorno sono riuscita a ricomporre il mondo dell’infanzia e dei vent’anni, a riappropriarmi della persona che lei aveva costruito: forte, fiduciosa, capace d’amare. Per prima cosa ho buttato gli psicofarmaci che un medico, nell’ultimo periodo trascorso assistendo la mamma, mi aveva prescritto. Per un anno ho vissuto in uno stato di stordimento, il solo possibile per non lasciarmi sopraffare dalla paura e dagli interrogativi senza risposta. E ho ritrovato quel senso di torpore sul set di "La Storia spezzata", quando i registi Antonio e Andrea Frazzi mi hanno costretta a girare le scene di Chiara ubriaca, dopo aver bevuto realmente …."

Con i fratelli Frazzi hai avuto un rapporto stupendo.

"Direi unico. L’identificazione con il libro non è stata soltanto mia: la compagna di Antonio, psicologa come Chiara, dopo aver perduto il bambino che aspettava si è uccisa. E sul set aleggiavano i nostri fantasmi. La "vittoria dell’amore", come gli inglesi hanno ribattezzato questo film, è stata anche il nostro training di gruppo, la nostra comune catarsi. Abbiamo lavorato aiutandoci in un clima di concentrazione quasi religioso. E durante le riprese io ho allacciato una amicizia bella: quella con Laura Saraceni, l’attrice che fa la parte di mia sorella. Raramente una troupe è stata così affiatata".

Conoscendoti ho notato che possiedi la qualità meno richiesta nel mondo dello spettacolo: sei buona d’animo. Vale a dire incapace di invidia, gentile, generosa, dolce.

"Vuoi aggiungere timida? Ma c’è un’altra qualità che nessuno finora mi ha richiesto. Professionale questa: la mia vis comica, e cioè la capacità finora frustrata di interpretare un ruolo brillante. Nonostante la mia faccia "drammatica" e nonostante le sofferenze che ho vissuto, sono una persona ottimista, che ama ridere, uscire, prendersi in giro. E per me la coppia felice è quella che vive felicemente l’amore, senza lacerarsi negli interrogativi, nei dubbi, nei dialoghi duello".

Da due anni sei legata a Gino Mattei, un professore di educazione fisica: il vostro rapporto è così?

"Si. E stiamo così bene insieme che per il momento ho abbandonato l’idea di avere un figlio. Non è egoismo o paura delle responsabilità, ma soltanto bisogno di mettere bene a fuoco me stessa, i miei valori, il mio istinto materno. Per anni ho vissuto condizionata dagli eventi: adesso sento la necessità di riprendere in mano la mia esistenza".

 

Una domanda … frivola: da una settimana appari sui teleschermi come "testimonial" dei prodotti Cupra, così che ti si vede contemporaneamente col volto sofferto di Chiara e con quello della smagliante trentenne felice della pelle soda. Cosa ti ha spinto nel mondo degli spot, presupponendo che non si tratti di un motivo soltanto mercantile.

"Presupponi bene: infatti da anni mi andavano proponendo di pubblicizzare pellicce, profumi, snack, dadi per brodo …… Ho sempre detto di no, non per altezzosità ma per mancanza di tempo. Fino a quando è capitata questa offerta, che mi è parsa qualcosa tra il miracolo e la magia. Vedi, mia madre ha usato per tutta la vita la cera di Cupra, e quel barattolino mi era familiare come la sua allegria, il suo profumo. Potevo dire di no?"

Maria Venturi

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