Le stagioni di Anita

febbraio 2004
 

Barbara De Rossi parla di sé, del suo impegno sociale e del suo ultimo personaggio televisivo: un vice questore della sezione omicidi, alle prese con un feroce serial killer

Delitti feroci, spietati. La minaccia di un serial killer. Una città, Torino, complessa multietnica, esoterica, ricca di contraddizioni e contrasti sociali. Una squadra omicidi della polizia. Sono gli indizi della nuova fiction "La stagione dei delitti" in onda prossimamente su Raidue. Quattro le puntate in cui saranno affrontati drammi legati al mondo dei giovani, della scuola, dell’immigrazione e dell’ambiente dello spettacolo. Una serie tutta al femminile almeno per quanto riguarda il responsabile delle indagini, interpretato dall’attrice Barbara De Rossi, nei panni del vice questore aggiunto Anita Sciortino. Ad affiancarla nel suo lavoro un’altra donna, il commissario capo Eva Renzi, interpretato da Cristina Moglia. Attorno ad Anita e Eva, gli uomini della squadra omicidi e l’atmosfera di una questura che vive i problemi di una grande città del Nord. È Barbara De Rossi a parlare della nuova serie televisiva, di cosa rappresenti questo personaggio nel suo percorso di donna e di attrice, del suo impegno da molti anni nel sociale.
Com’è nella vita professionale e privata il vice questore Anita Sciortino?
"Anita è una donna forte, razionale, determinata. Abituata a lavorare con gli uomini e a dirigerli, forse un po’ dura. Nel privato invece si scioglie. Diventa molto più tenera, più dolce e rassicurante di quanto non lo sia poi sul lavoro. Devo dire che è la prima volta che mi sono trovata a interpretare un personaggio così determinato, con una funzione così importante. Oltre a me c’è un’altra protagonista, il commissario Eva, con cui io sono in contrasto fin dal primo giorno. Abbiamo un modo opposto di vedere questo mestiere e di fare le indagini: lei è una specie di cane sciolto che si muove senza burocrazia, senza regole. Io invece seguo le regole. In realtà è anche la storia di una grande amicizia che nascerà verso la fine, ma all’inizio le due donne non si sopportano".
In che modo le poliziotte incontrate durante le riprese l’hanno aiutata a costruire il personaggio?
"Avevo già fatto il commissario tantissimi anni fa, il commissario Zingales, (La scalata del 1992) e mi ero preparata per alcuni mesi nella caserma in via Guido Reni a Roma, quindi un minimo di conoscenza l’avevo. Ho avuto la possibilità di conoscere molte poliziotte, tutte simpaticissime, che mi hanno aiutato a non fare sciocchezze durante le riprese. Sia il regista Claudio Bonivento che noi attori, siamo stati molto attenti a seguire le vere procedure: come si interroga una persona ad esempio. Però senza enfatizzare troppo le scene di azione dove ci sono le armi, che è in genere l’aspetto messo in rilievo in molti serial polizieschi. In realtà nel film abbiamo seguito il percorso psicologico di un’indagine, i sistemi utilizzati dalla scientifica per trovare l’assassino. Ci sono anche armi, appostamenti, inseguimenti arresti ma non sono l’aspetto predominante. Tutto raccontato molto bene, però ripeto, narrato soprattutto su un piano psicologico".
Qual è il contributo delle donne a un lavoro tradizionalmente considerato maschile?
"Le donne hanno una grande sensibilità nel capire e nell’approfondire certe situazioni. Sono intuitive. Credo che abbiano dimostrato di essere estremamente equilibrate anche in ruoli importanti come il magistrato, l’avvocato o nello stesso mestiere di poliziotta. Anita ha un buon equilibrio dal punto di vista caratteriale. Non si è completamente indurita stando in mezzo agli uomini: è solare, serena ma allo stesso tempo una donna solida".
Cosa ha aggiunto questo ruolo alla sua esperienza di attrice e che cosa c’è in Anita di Barbara De Rossi?
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Il regista, Claudio Bonivento, mi ha permesso di mettere in Anita una certa sensibilità nel suo modo di lavorare. Questo personaggio, per come era stato scritto, rappresentava una donna veramente di ferro, tostissima, irreprensibile; invece ho voluto che avesse un rapporto con gli uomini della squadra, che ci fosse stima e amicizia nei confronti dei collaboratori. Ho voluto ammorbidire il personaggio di Anita che è pur sempre una donna. È la prima volta che mi capita un personaggio femminile che ha queste responsabilità nei confronti degli altri, della comunità e ho cercato di interpretarlo in modo naturale; non mi sono fatta nemmeno truccare, proprio per non dare sempre questa visione dell’attrice che fa il ruolo".
Cosa pensa dell’immagine femminile presentata dalla pubblicità e dalla televisione?
"In questa società dell’apparire i modelli proposti sono quelli di una donna magra, sempre in forma e gli unici desideri di molte ragazze sono di entrare a far parte del mondo dello spettacolo. Io sto cercando di sensibilizzare mia figlia di otto anni per distoglierla da certi obiettivi. Ho cercato di non deviarle la visione della vita ma di darle una solidità, una famiglia, gli amici, i valori sani dell’universo infantile. Lei non ha mai visto un set, non ha mai visto questo mondo di luci proprio perché ho cercato di non darle una immagine distorta della mamma. Volevo che mi vedesse come sono io. Far vedere a un bambino la propria mamma sul set sotto le luci, con tutti che la seguono, coccolata, vezzeggiata penso sia sbagliato. È come se lo si invogliasse a seguire certe cose".
Lei è impegnata socialmente contro la violenza sulle donne. Cosa si può fare per contrastare questa realtà?
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Io sono presidente dell’Associazione diritti civili del 2000 che ha realizzato molte iniziative anche con la Polizia di Stato. Quest’anno l’Associazione ha fatto un calendario dedicato a tutte quelle donne che subiscono violenze e che vengono uccise proprio da chi dice di amarle. Non sono molte le organizzazioni che si occupano di questo fenomeno. Il lavoro dell’Associazione è proprio quello di dare la possibilità di uscire fuori da situazioni di violenza fisica o psicologica, perché non sempre hanno voglia di denunciare e spesso non sanno a quali strutture rivolgersi. Secondo me occorrono delle organizzazioni forti, in grado di proteggere le donne che abbiano voglia di denunciare le violenze. Per ora non esistono dei centri veramente in grado di dare degli aiuti concreti e immediati, se non pochissime associazioni private. C’è bisogno di gente che si metta a servizio di queste persone, volontari, che abbiano voglia di aiutare queste donne vessate".
Pensa che siano importanti le fiction televisive dedicate alle forze dell’ordine per una loro maggiore conoscenza?
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Sono utili perché servono a dare un’immagine umana delle forze dell’ordine. Il pubblico vede che poliziotti, carabinieri, eccetera hanno i suoi stessi problemi; si innamorano, soffrono, ridono, piangono, si impegnano nel lavoro. È una sorta di umanizzazione del personaggio. Piuttosto è importante, per chi fa un film poliziesco, prestare attenzione alle procedure tecniche usate, seguire la consulenza della polizia per non fare delle stupidaggini e non essere approssimativi. Bisogna rispettare i ruoli e l’istituzione di cui si sta parlando. Chi lo vive come mestiere e va al cinema, si accorge subito se ci sono cose sbagliate".
Ritiene siano utili le iniziative di educazione alla legalità nelle scuole?
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Sono fondamentali. Se a bambini e adolescenti viene insegnato fin da piccoli ad avere fiducia nelle istituzioni, in futuro si avranno adulti che rispetteranno la legge. È un lavoro di educazione che impedisce il crearsi di quegli atteggiamenti di distacco e diffidenza nei confronti della Polizia di Stato. Molti non capiscono che i poliziotti lavorano per noi. Stanno lì per noi".
Quale rapporto ha Barbara De Rossi con la polizia?
"Provo e ho sempre provato una grande stima verso la polizia, con cui ho un rapporto di profonda fiducia e di collaborazione totale. Anche se, ripeto, mi rendo conto che nelle persone ci sono molte diffidenze, probabilmente per ignoranza. Non comprendono che il lavoro delle forze dell’ordine è necessario nella società ed è un lavoro difficile. Spesso dico che i poliziotti dovrebbero avere degli stipendi megagalattici, perché credo che difendere le persone e mantenere l’ordine non abbia prezzo. È difficile riuscire a scoprire, come fanno i poliziotti della Scientifica, cosa è successo a una persona senza la possibilità di parlarci perché è morta; iniziare solo da tracce, da congetture. Si parte dalla fine per ricostruire quello che è successo all’inizio. Ci vuole un bel cervello, una bella testa".
 

di Antonella Fabiani

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