Barbara De Rossi sul set di Torniamo a casa

"Il film? Un pugno nello stomaco..."

(8 giugno 2000)

L'attrice confessa: L'adozione non è un gioco. Quanti sensi di colpa
con la mia bambina per una vita passata tra roulotte e camerini...

Il cinema come la vita. Barbara De Rossi credeva di non poter avere figli, ora ha Martina, 4 anni, ma pensava e pensa ancora all'adozione. Una storia dentro la storia: il bambino protagonista della miniserie Torniamo a Casa è orfano anche nella realtà.

Un problema sociale, il tema dell'adozione. Una storia difficile, quella di Cristian. Questa più che una fiction sembra un dramma...
È vero, Torniamo a casa è un pugno nello stomaco, non fa sconti a nessuno. Ha il coraggio di raccontare la superficialità delle persone, l'adozione non può essere un gioco...

È un problema che ha sperimentato sulla sua pelle?
Sì, avevo pensato anch'io di adottare un bambino, ma è un percorso molto difficile. Del resto già provo dei sensi di colpa per la mia bambina. Quando non posso portarla con me, non posso giocare con lei. Una vita tra roulotte e camerini...

La storia del piccolo Andrej è una storia vera?
Sì, è stato preso da un vero orfanotrofio. Senza madre, con un padre in prigione. Noi lo abbiamo tirato fuori da lì. All'inizio non parlava italiano, anzi non parlava proprio. Però dopo solo quattro giorni già sapeva tutti i trucchi, si muoveva sul set come un attore rinomato.

Com'è? E ora dov'è?
Molto orgoglioso. In una scena doveva mettersi il rossetto. Siamo stati una settimana per convincerlo a farlo. Ora è da sua sorella, a Cipro.

Ma come ha vissuto il film? Si è veramente immedesimato nella parte?
No, ma quando siamo andati a girare in Romania, ha capito di essere tornato a casa. A Bucarest vivono settecento bambini nelle fogne. Mangiano zuppe di acqua, pane e grasso...

Torniamo al film. Qual è il suo ruolo?
È un personaggio complesso, ambiguo. Né ruffiano e né simpatico. Avevo paura ad interpretarlo. Carla è l'espressione della fragilità. È nevrotica, egoista, affronta il momento dell'adozione con superficialità. Poi attraverso un percorso emotivo, sentimentale si rilancia.

Che cosa l'ha colpita di più di questo film?
È crudo, realista. Va alla ricerca della verità. Quasi la metà delle coppie, dopo l'anno di preadozione, rispedisce il bambino al mittente. Oppure succede che lo si abbandona al suo destino, che è un destino di sofferenze, non solo di felicità. No, l'adozione non è un gioco. E questo film lo dimostra. È un pugno nello stomaco...

Giovanni Lamberti

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