(29 giugno 2003)
TELEVISIONE, GLI AFFETTI, LA CARRIERA, L’IMPEGNO SOCIALE DI UNA
DE ROSSI PER NULLA DRAMMATICA
A giorni la vedremo nella fiction Cinecittà; intanto gira Amiche, si gode la
famiglia e scende in campo per difendere la vita. Perché, dice, «mi gratifica
l’anima».
Chissà come l’avrebbe ritratta quel genio di Vermeer, se "ragazza con
l’orecchino di perla" o creatura di luce immersa in una soffusa penombra. Se ne
sarebbe, comunque, innamorato: perché con la sua morbida, intatta bellezza,
Barbara De Rossi incarna una femminilità senza tempo, in bilico tra stupori
d’adolescente e appagata sensualità. E quando ride, lo fa con una generosità
sorprendente per chi – complici innumerevoli sceneggiati – l’ha ormai relegata
nel ruolo di eroina drammatica, disperata, piangente; mentre lei, pur rassegnata
al fatto che, dice: «sono destinata a personaggi intensi e pieni di patemi, mi
vogliono sempre in lacrime, è la mia specialità!», sogna e caparbiamente insegue
ruoli lievi, sorridenti, da commedia.
A giorni la vedremo nella fiction Cinecittà, inedito ritratto "dietro le quinte"
del pianeta cinema e della comunità che lo anima; nel frattempo sta girando
Amiche, altra bella storia televisiva tutta al femminile, ed è nelle sale con il
film Il pranzo della domenica. Barbara, chi la ferma più?
«È vero, lavoro e ho lavorato tanto, fin da ragazzina (a 17 anni mi doppiavo
in inglese), e per di più baciata dalla fortuna: tra il 1978 e il ’92 sono stata
scelta per alcune prestigiose coproduzioni della Rai e ho potuto recitare con
attori d’immenso talento, da Bob Hoskins a Anthony Hopkins, da Claude Brasseur a
Susan Sarandon, e poi Annie Girardot, Vincent Spano, Ian Charleson (quello del
film Momenti di gloria), Brandauer... Storia d’amore e d’amicizia, La piovra, Io
e il duce, Quo vadis?, Il cugino americano: in una manciata di anni un corso
davvero accelerato d’arte drammatica che, unito a una certa predisposizione,
continua a dare i suoi frutti. Ricordo le ore passate sul set a "spiare" i miei
partner stranieri, le tante estati trascorse a studiare, anziché al mare ad
abbronzarmi; come successe quando Lucio Ardenzi mi volle per un ruolo brillante
a teatro, nell’Anatra all’arancia («che tu sia una brava attrice drammatica lo
so, la sfida è farti fare il contrario»), e per sei mesi filati presi lezioni da
Claudia Giannotti, insegnante della scuola di Ronconi. Ero terrorizzata da
quella prima volta in palcoscenico, e "almeno gli strumenti li devo avere", mi
dicevo, "qui non c’è la macchina da presa, che è cosa mia". L’ennesima scommessa
di una che è sempre in cerca di qualcosa di più, qualcosa d’altro».
Che evidentemente ha trovato sia in Cinecittà, sia in Amiche...
«Due ruoli appassionanti, e in compagnia di splendide attrici: mentre nella
prima fiction sono Gloria, figlia ambiziosa e tormentata di Giuliana Lojodice,
nonché sorella di Susanna Javicoli, nella seconda interpreto Betta, una delle
cinque protagoniste, punto di riferimento per le amiche fin dai tempi della
scuola. Una trascinatrice, insomma, anche adesso che siamo cresciute e ci
confrontiamo ogni giorno con i problemi della vita adulta. Recitare questa bella
storia di amicizia con tante colleghe si sta rivelando un’esperienza magica (non
mi capitava dall’87, sul set del film Caramelle da uno sconosciuto: eravamo in
15!); conoscevo già molto bene sia Lorella Cuccarini – l’altra "sorella" di
Marco Columbro, in passato dolcissimo compagno di lavoro di entrambe – sia
Claudia Koll, cui mi unisce anche l’impegno sociale, mentre per Maria Amelia
Monti ho una particolare simpatia (guardarla mi mette di buon umore), e Carmen
Giardina, per ora la meno nota del gruppo, è un talento che si farà apprezzare».
Ha parlato del suo impegno sociale: in quale campo lo esercita?
«Da anni mi occupo dell’associazione "I diritti civili nel 2000", che di
recente ha attivato – con l’appoggio dell’associazione Terzo Sole e in
collaborazione con l’Università La Sapienza, l’Azienda Policlinico Umberto I e
la Provincia di Roma – un Telefono Salvabebè, che speriamo diventi presto
operativo in tutta Italia. Chiamando il numero verde 800.28.31.10, la futura
mamma in difficoltà viene informata dell’esistenza di una legge (di alto valore
sociale, ma purtroppo ancora poco pubblicizzata) che permette il parto in
anonimato a tutte le donne, comprese extracomunitarie e clandestine. Se invece
il piccolo è già nato ed è stato abbandonato, un’ambulanza attrezzata con
culletta termica accorre sul luogo della segnalazione, pronta a salvarlo. In un
mondo come il nostro, io difendo il diritto delle creature più indifese alla
vita, al rispetto, alla dignità».
Quanto ha influito su questa scelta (e sulla luce che da lei sembra emanare)
l’esperienza della maternità?
«Diventare madre ha sicuramente acuito la mia sensibilità, ma sono stati
soprattutto i due film girati in Romania e nello Zimbabwe (Torniamo a casa il
primo, La missione il secondo) a farmi prendere coscienza di drammi che nulla
hanno a che vedere con l’emozione superficiale di un documentario seguito
distrattamente in poltrona. Sei lì, tocchi con mano il dolore e tutto cambia:
non sarai più come prima. Con gli anni, poi, certe pieghe del mio carattere si
sono ammorbidite, e oggi non rinuncerei a un impegno che mi gratifica l’anima.
Vuol sapere se sono appagata? No, cioè sì, ma ho timore a dirlo e per
scaramanzia tocco ferro: perché da dieci anni, e dopo aver sofferto moltissimo
nel privato, vivo una felicità così perfetta che mi fa quasi paura. Ho
incontrato un uomo – Branko, mio marito – al quale tengo infinitamente, e nostra
figlia Martina, sette anni e mezzo, dimostra una sensibilità straordinaria: mi
dica lei se non ho ragione a incrociare tutte e dieci le dita...».
Luisa Sandrone