La casa dell'angelo: film Tv su una mamma alcolizzata

5 aprile 2002

Una fiction per affrontare un disagio sociale che affligge un milione e mezzo di persone. Barbara De Rossi porta su Raiuno il problema dell'alcolismo.

Perdersi e ritrovarsi lungo i sentieri dell'anima e della vita. E' questo "l'itinerario" che percorrono tutti i protagonisti de La Casa dell'angelo, il film tv in onda venerdì 5 aprile su Raiuno, interpretato da Barbara De Rossi per la regia di Giuliana Gamba. «Un social-drama con accenti melò», come l'ha definito Pino Corrias di Rai Fiction, che ripercorrendo il dramma di una famiglia esemplare, sconvolta dalla morte di un bambino, affronta un tema spesso sottaciuto da media e opinione pubblica: l'alcolismo.

Qualcuno ha definito il bere compulsivo una piaga "democratica" perché accomuna persone diverse per estrazione sociale, abitudini di vita, provenienza geografica. Un rapporto Eurispes del 2001 ha registrato un milione e mezzo di dipendenti da alcool in Italia, tre milioni di persone a rischio, mentre ha stimato intorno a trentamila l'anno le morti per alcolismo.

La casa dell'angelo racconta l'allontanamento dalla vita che una madre compie in compagnia di una bottiglia in cui soffoca il dolore per la morte del figlio prediletto. Un ruolo intenso per Barbara De Rossi e molto sofferto. «Ho amato questo personaggio con tutto il cuore. Per me che sono madre è stato duro vivere scenicamente la perdita di un figlio. Per riuscirci ho fatto mia l'esperienza di una carissima amica che ha dovuto confrontarsi con questa tragica realtà. Ho dato senza riserve, senza ricorrere alla tecnica, ma soltanto alle emozioni che la storia è riuscita a darmi».

L'attrice, che torna ad affrontare il tema dell'alcolismo dopo averlo toccato anni fa con la miniserie La storia spezzata, ha affermato che questo film Tv le ha offerto la possibilità di dar voce ad alcuni disagi che affliggono la quotidianità di tante donne e madri, come «la predilezione per un figlio che molte sentono e poche hanno il coraggio di confessare nel timore di apparire meno madri», o l'incapacità di ammettere i propri errori nei confronti della famiglia.

«Ho amato questa fiction perché ha una finalità sociale. - ha continuato- Ringrazio la Rai perché s'impegna per proporre al pubblico prodotti che possano essere "utili" anche soltanto per una sola persona. Per questo continuo a lavorare solo per la Rai».


                                                              Lia Romagno  

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